
Titolo: Bruges la morta
Autore: Georges Rodenbach
Casa Editrice: Fazi (9 giugno 2016)
Prezzo Copertina: 14,25 €
Numero pagine: 105
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Ho letto Bruges la Morta e non mi è piaciuto per niente.
Mi era stato presentato come un capolavoro, ma quello che ho trovato è un libro profondamente angosciante, in cui i veri protagonisti non sono le persone, bensì le sensazioni. Sensazioni stagnanti, ripetute, soffocanti.
Ma andiamo con ordine.
Il protagonista è Hugues Viane, un uomo che ha perso la giovane moglie Ofelia e non riesce a superarne la morte. Si trasferisce a Bruges portandosi dietro non solo i ricordi della moglie, ma il suo lutto intero, intatto, mai elaborato. Vive immerso nella nostalgia e nel dolore finché incontra Jane Scott, una donna che gli appare incredibilmente simile alla defunta. I due iniziano a frequentarsi, ma ben presto emerge quanto Jane sia distante, per carattere e intenzioni, dall’immagine di Ofelia.
Nasce così una relazione malsana: da un lato l’ossessione di un vedovo inconsolabile, dall’altro l’opportunismo di una giovane donna capricciosa e irrequieta. Un rapporto che avrà un esito forse inaspettato, forse fin troppo scontato, perché, inutile girarci intorno, le relazioni che nascono dalle macerie raramente portano a qualcosa di buono.
Bruges la Morta è un libro strano, lentissimo. Bruges non è uno sfondo, ma uno stato d’animo: spenta, umida, immobile, esattamente come Hugues. Non è un uomo in cerca di sollievo, ma qualcuno che sceglie consapevolmente di adagiarsi nel proprio dolore, che dura da anni e che non ha alcuna intenzione di lasciar andare.
Dentro casa ha allestito una stanza-memoriale: ritratti della moglie, una treccia tagliata il giorno della sua morte e conservata come una reliquia. Ogni giorno entra lì, piange, si dispera. Ha conservato tutti gli abiti e gli oggetti di Ofelia, come se dovesse tornare da un momento all’altro. Il lutto, per Hugues, non è una ferita da guarire, ma un’ossessione da coltivare. Un’identità.
Lo stile riflette perfettamente questa scelta: è angosciante, funereo, sembra un elogio funebre che non finisce mai. Tutto è decadente, soffocato, immobile. Coerente con il tema, certo, ma anche estenuante.
La trama è ridotta all’osso. Non accade nulla di realmente significativo, o meglio: nulla viene raccontato attraverso azioni o dialoghi. L’autore è interessato quasi esclusivamente a descrivere gli stati d’animo del protagonista. La sensazione è quella di essere chiusi in una stanza con qualcuno che ripete la stessa frase all’infinito, cambiando solo le parole. Dopo un po’ non è più poesia né introspezione: è logorrea depressiva.
La storia, in fondo, è banale: un uomo ricco che si invaghisce di una donna opportunista per colmare il vuoto che sente dentro; lei che lo tradisce e sperpera il suo denaro; lui che scopre tutto. Quante volte l’abbiamo già letta questa storia? Tante. Ma poche riescono a risultare così stagnanti e deprimenti come Bruges la Morta.
Questo libro non parla d’amore. Parla dell’incapacità di lasciare andare, della mancata elaborazione del lutto, dell’identificazione totale con il dolore e dell’ossessione che ne deriva. E parla anche di senso di colpa: non tanto per l’uso cinico di un’altra donna, quanto per il “tradimento” simbolico nei confronti della defunta moglie. Un senso di colpa che Hugues, naturalmente, troverà il modo di giustificare.
A tratti sembra di leggere la cartella clinica di un caso psichiatrico di una certa rilevanza.
Il rapporto tra Hugues e Jane, poi, è descritto in maniera estremamente superficiale. È l’autore a raccontarci come evolve, un po’ come farebbero due amiche che spettegolano. Jane appare frivola, ma in realtà di lei si sa pochissimo: non ha voce, non ha desideri, non ha profondità. È un feticcio, una funzione, un supporto necessario a dare forma all’ossessione di Hugues.
Il libro mi ha lasciato addosso un senso di angoscia, ma non perché sia profondo. Piuttosto perché estetizza il dolore del protagonista.
Hugues non cambia, non evolve, non cresce: passa semplicemente da un’ossessione all’altra, continuando a crogiolarsi nel proprio dolore.
Bruges la Morta è un capolavoro? Nel suo genere, probabilmente sì.
Ma io non sono riuscita ad apprezzarlo. Non è una lettura piacevole e non è un libro che mi sento di consigliare, soprattutto a chi è sensibile a certi temi: ti resta addosso. E non in un bel modo.
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