Perché Lo squalificato è un grande libro che non rileggerei

Titolo: Lo squalificato
Autore: Dazai Osamu
Casa Editrice: MONDADORI (28 giugno 2022)
Prezzo Copertina: 11,87€
Numero Pagine: 120
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Trama: Tre quaderni di memorie e tre fotografie. È tutto ciò che serve per raccontare la vita tormentata e dissoluta di Yozo che, nel Giappone dei primi anni Trenta, vive diviso tra le antiche tradizioni della sua nobile famiglia e l’influenza della nuova mentalità occidentale: una lacerazione che fa di lui un individuo “squalificato”. Incapace di comprendere gli altri esseri umani, soprattutto le donne, o di tessere relazioni autentiche, fin dall’infanzia Yozo azzarda un’inutile riconciliazione con il mondo, finendo poi per nascondere la propria alienazione dietro una maschera da buffone e in seguito per tentare il suicidio. Senza cedere per un attimo al sentimentalismo, Yozo ripercorre i fallimenti, le meschinità della propria esistenza, con fuggevoli lampi di tenerezza. Grande classico del Novecento, tra i libri giapponesi più letti e amati, “Lo squalificato” (1948) – qui tradotto per la prima volta dall’originale giapponese – esercita tuttora un fascino che va ben oltre le inquietanti similarità tra la vicenda narrata e la biografia dell’autore. Solo il genio letterario di Dazai Osamu, un Rimbaud dell’Estremo Oriente, poteva rendere con tale impeccabile rigore la sublime, sciagurata disperazione di un’esistenza votata all’annientamento.

Pubblicato nel 1948, Lo squalificato è l’opera più celebre di Osamu Dazai e uno dei romanzi più disturbanti della letteratura giapponese del Novecento.

La storia segue Yozo Oba, un giovane incapace di sentirsi parte dell’umanità, che attraversa la vita come un corpo estraneo, adattandosi alle aspettative altrui senza mai riuscire a costruire un’identità autentica. Yozo è un ragazzo che, per farsi accettare, assume un atteggiamento pagliaccesco: cerca costantemente di far ridere gli altri, finché Takeichi, un suo compagno di scuola, intuisce il meccanismo e glielo dice apertamente: “Tu lo hai fatto apposta”.

Smascherato, Yozo tenta di trasformare Takeichi in un alleato. Da lui riceve due profezie:
“Sei così bello che farai innamorare le donne” e “diventerai un grande pittore”.
La prima si avvera, la seconda (quella più desiderata) no.

In seguito entra nella sua vita Horiki, che Yozo disprezza e di cui si vergogna, ma che continua a seguire ovunque, fino all’autodistruzione. Horiki lo introduce a una deriva fatta di alcol, fumo, prostitute e ideologie di sinistra, trascinandolo sempre più a fondo.

Il suo è un disorientamento esistenziale profondo. Yozo non cerca redenzione, non prova a migliorare, non chiede perdono. Si lascia vivere, diventando un protagonista passivo della propria esistenza.

Indossa una corazza: vuole apparire allegro, sorridente, e usa l’ironia come scudo. In realtà è apatico, interiormente spento, incapace di prendere decisioni, di fare ciò che desidera o semplicemente di scegliere per sé. Vive cercando di accontentare gli altri, in silenzio. Incapace di amare e di provvedere a se stesso, cade in diverse dipendenze nel tentativo di affrontare la realtà.

Yozo è una persona che avrebbe bisogno di aiuto psichiatrico, ma nessuno lo riconosce. Il suo tentato suicidio viene letto come una vergogna, non come una richiesta di aiuto. Non apre una cura, ma un’etichetta. La sofferenza psichica non esiste: esiste solo il disonore.

Anche le donne che lo affiancano fanno riflettere: accettano, giustificano e non riconoscono la gravità del soggetto problematico che hanno accanto, a dimostrazione del fatto che anche loro sono persone problematiche, che compensano Yozo attraverso dinamiche altrettanto disfunzionali.

Fondamentale è il contesto storico: la vicenda è ambientata in Giappone tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, con un’estensione ideale fino all’immediato dopoguerra. È un Paese in rapidissima modernizzazione, schiacciato dal conformismo sociale e ossessionato dall’onore, dall’immagine e dal “non disturbare”.

In questo contesto, la salute mentale non è una categoria riconosciuta: chi crolla è debole, vergognoso, da nascondere.

Il romanzo invita a riflettere sui disagi giovanili, sulla malattia mentale e su come, in certi contesti, gesti estremi vengano percepiti come una macchia familiare piuttosto che come un disperato grido d’aiuto.

Yozo non ha scampo non perché il suo destino sia inevitabile, ma perché il sistema in cui vive non prevede salvezza, solo un’onta che spinge chi gli sta intorno a isolarlo e a voltargli le spalle.

Lo squalificato non parla di depressione in senso moderno, ma di inadeguatezza ontologica. Yozo non si sente parte dell’umanità perché non ne comprende le regole fondamentali. Ride quando non dovrebbe, si traveste da buffone per sopravvivere, copia le emozioni altrui come chi studia una lingua straniera senza mai riuscire a parlarla davvero. Sfrutta persone e situazioni per alimentare la propria dipendenza dalle sostanze.

La vergogna non è per ciò che fa, ma per ciò che è.

Ho trovato questo libro profondamente negativo. Non lo rileggerei, pur riconoscendone la grande qualità stilistica e la forte capacità di stimolare riflessione. È un romanzo che normalizza l’idea che non esista un’alternativa. Se le false speranze non sono una soluzione, nemmeno una visione nichilistica come quella di Yozo può essere accettata. La sua è una storia crudele, priva di speranza, fondata su una verità emotiva nuda e spietata.

La vicenda non ha un lieto fine perché Yozo non cerca redenzione, non chiede perdono e non vuole migliorare. Si accetta per ciò che è e si auto-squalifica prima che lo faccia il mondo. È lucidissimo, e la sua lucidità è più inquietante della follia.

“Se mi dichiaro inadatto io, nessuno potrà smascherarmi.”

Lo squalificato è un libro che mostra cosa accade quando nessuno ti aiuta — nemmeno tu.

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