I Ragazzi venuti dal Brasile – Ira Levin [ Recensione ]

I ragazzi venuti dal Brasile è un romanzo scritto da Ira Levin, uscito per la prima volta nel 1976.

Trama: È il settembre del 1974. Dal loro rifugio in Sudamerica, un piccolo gruppo di gerarchi nazisti superstiti, capeggiato dal dottor Mengele, lancia un’operazione segretissima grazie alla quale sarà possibile la rinascita del Reich: esattamente 94 uomini, tutti intorno ai sessantacinque anni ma residenti in diversi paesi e senza alcun legame apparente fra loro, dovranno essere uccisi; per ciascuna vittima viene perfino stabilita la data dell’esecuzione. La notizia del piano giunge alle orecchie dell’ebreo Yakov Liebermann, leggendario cacciatore di nazisti, ormai anziano ma ancora determinato a dare filo da torcere ai suoi nemici storici. L’indagine per scoprire i dettagli condurrà Liebermann da una sponda all’altra del­l’Atlantico, portandolo a smascherare un incubo in cui la «banalità del Male» acquista contorni inediti. Con il ritmo serrato della narrazione e la precisione della scrittura, Ira Levin ci regala un altro romanzo perfettamente congegnato («la sua storia più fantasiosa dai tempi di Rosemary’s Baby», secondo il New York Times), divenuto anche un film di successo grazie all’interpretazione di Gregory Peck e Laurence Olivier rispettivamente nei pan­ni di Mengele e di Liebermann.

Ho letto Rosemary’s Baby di Ira Levin la scorsa settimana e sono rimasta così soddisfatta della lettura che, presa dall’entusiasmo, ho iniziato I ragazzi venuti dal Brasile, sempre dello stesso autore.

L’argomento toccato è interessante: Josef  Mengele, realmente famoso per i suoi terribili esperimenti nei campi di concentramento, nel racconto di Ira Levin clona novantaquattro Hitler. La sua speranza è di avere un nuovo Reich e per fare ciò è disposto a tutto. I bambini devono vivere gli stessi eventi vissuti dall’originale al fine di poter diventare il più simile possibile e ciò comporterà le varie perizie e conseguenze descritte. 

L’entusiasmo però è andato via via scemando. In realtà non voglio parlare male di questo libro, perché è bello a modo suo, ma ho incontrato qualche difficoltà nel finirlo in quanto l’ho trovato un po’ noioso. La storia raccontata ha un grande potenziale, ma si sviluppa lentamente. Tanti sono i dettagli descritti e sembra di avere fra le mani una cronaca di quello che succede più che un romanzo. La trama si sviluppa in modo coerente, senza lasciare buchi, ma accadono cose che lasciano un po’ sbalorditi e fanno calare la stima nei confronti di Liebermann, il protagonista, e dei suoi aiutanti: possibile che siano tanto ingenui da rilasciare informazioni al telefono al primo vattelappesca che le chiede?

Sarebbe stato interessante qualche approfondimento su Mengele, i bambini e sullo stesso Liebermann, che sappiamo solo essere il “buono”. Dell’antagonista, Mengele, viene sfruttata la “fama” storica. Il fatto che sia cattivo viene lasciato intendere, è evidente infatti che l’autore dia per scontato che tutti conosciamo il dottor morte per via del suo reale operato in vita, e non si spreca quindi nell’approfondirlo. 

Non sento di consigliare questo libro, senza alcun dubbio interessante, ma anche con evidenti falle che lo rendono imperfetto. 

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