L’avvelenatrice di uomini – Donne, veleno e giustizia: una storia raccontata a metà

C’è un certo fascino oscuro nel recuperare figure storiche marginali, soprattutto se donne e accusate di stregoneria. “L’avvelenatrice di uomini” di Cathryn Kemp promette di restituire voce a Giulia Tofana, celebre per aver creato un veleno letale quanto invisibile. Ma il risultato finale è davvero all’altezza del personaggio? Secondo me, no. E in questa recensione vi spiego perché.

Titolo: L’avvelenatrice di uomini
Autrice: Cathryn Kemp
Casa Editrice: Nord edizioni (25 febbraio 2025)
Numero Pagine: 400
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Prezzo Copertina: 20 €
Trama: Palermo, 1632. Escono di notte, Giulia e sua madre Teofania. Percorrono i vicoli bui perché nessuno le veda intrufolarsi nel retro di un convento, dove preparano con diabolica maestria l’Acqua, un veleno tanto micidiale quanto irrintracciabile, che le donne possono somministrare di nascosto a mariti o padri, fratelli o amanti, per sottrarsi così alle loro violenze e sopraffazioni. Giulia ha appena tredici anni, eppure aiuta la madre a consegnare la pozione alle donne che la richiedono, durante la messa o nel chiuso delle case o dei bordelli. Fino a quando non è lei stessa a doversene servire…
Roma, 1656. In città imperversa la peste. Le vittime sono così numerose che, a lungo, sono passate inosservate le morti di decine, forse centinaia, di uomini, spirati senza contrarre febbri ed esibendo un aspetto addirittura più florido di quando erano in vita. Ma Giulia sa di essere in pericolo. E con lei anche la figlia Girolama e la cerchia di donne che fino a adesso l’hanno aiutata e protetta. La sua Acqua tofana – come ormai è conosciuto in città quel veleno potentissimo – è fin troppo richiesta. E infatti la morte sospetta di un cardinale, fraterno amico del papa Alessandro VII, scatena i segugi dell’Inquisizione: l’ignobile commercio dev’essere fermato, la tela d’intrighi e inganni sgominata. Per Giulia è arrivato il momento di affrontare con coraggio il proprio destino…

L’avvelenatrice di uomini è un romanzo che ruota attorno alla figura storica (e già di per sé affascinante) di Giulia Tofana, la presunta creatrice dell’Acqua Tofana: un veleno incolore e inodore, capace di uccidere senza lasciare traccia. Cathryn Kemp sceglie di raccontare – romanzandola – la vita di questa donna vissuta in un periodo oscuro: quello della caccia alle streghe e dell’epidemia di peste.

Ma è riuscita davvero a darle voce? Secondo me no. E vediamo insieme perché.

• La storia parte in modo crudo, mostrando abusi, violenze, soprusi. Poi però si addolcisce stranamente, quasi dimenticando il contesto brutale della Roma del XVII secolo: una città infestata dalla peste, ossessionata dalla religione e con l’Inquisizione sempre pronta a bruciare chiunque fosse “fuori posto”.

• Gli inquisitori, che storicamente erano noti per brutalità e fanatismo, nel libro sembrano invece provare rispetto e addirittura una certa stima per Giulia e la sua cerchia. Questo trattamento edulcorato, soprattutto per chi ha letto altri testi sul periodo, suona stonato. Minimizzare certe nefandezze è, a mio avviso, irrispettoso nei confronti delle donne che hanno davvero pagato il prezzo dell’essere libere in un’epoca in cui bastava vendere un filtro d’amore alla persona sbagliata per essere accusate di stregoneria.

• Il papa innamorato di Giulia – con un trasporto degno di un Dante in preda agli ormoni – è una scelta narrativa che mi ha fatto alzare più di un sopracciglio. Aggiungiamoci poi la venerazione fantozziana per la madre defunta… e capiamo che siamo più nel campo del melodramma che della ricostruzione storica.

• La vendetta di Giulia, che inizia come risposta alla violenza sistemica subita da tante donne, si trasforma in un odio generalizzato verso tutti gli uomini. Finisce per fornire il veleno anche a donne che non erano vittime, ma che semplicemente volevano togliersi qualche “impiccio” di troppo. Da giustiziera a giudice e boia: il passaggio è rapido, e poco approfondito.

• L’aspetto forse più problematico, però, è la totale mancanza di credibilità storica in alcuni passaggi. Giulia esercita la sua arte di speziale-strega-levatrice-avvelenatrice con l’aiuto di una rete di donne, alla luce del sole, in un periodo in cui bastava produrre una medicina contro il mal di testa per essere sospettate di aver causato la peste. La figlia stessa di Giulia, Girolama, spesso viene descritta alla corte di amici facoltosi, in qualità di “Strologa”. Questi elementi hanno davvero dell’inverosimile.

Dal punto di vista storico, quindi, la narrazione è debole: si sorvola su molti aspetti importanti e si dà spazio a episodi marginali o francamente romanzati in modo discutibile. La trama va come deve andare – niente lieto fine, com’è giusto – ma mi sarebbe piaciuta una prospettiva più lucida, più rispettosa della complessità del contesto.

Detto ciò, nulla da ridire sullo stile. La scrittura è scorrevole, il ritmo sostenuto e non ci sono momenti morti. L’autrice dimostra una bella attenzione al linguaggio, e questo rende la lettura comunque piacevole.

Una cosa che ho apprezzato è il messaggio sulla giustizia: viene evidenziato come il potere, il denaro e le relazioni contino sempre più della verità. In un’epoca in cui bastava poco per essere condannati, alcune persone – le “giuste” – se la cavano con l’assoluzione. L’autrice sembra chiederci: la legge è davvero uguale per tutti? La risposta è chiara: dipende da chi sei e da cosa hai.

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Ti ha convinto la figura di Giulia Tofana o anche tu hai avuto l’impressione che la storia fosse un po’… avvelenata dalla fiction?

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