Allerta spoiler!
Chiudere una serie TV diventata iconica non è semplice.
Stranger Things, nel tempo, ha raccolto spettatori di età molto diverse, grazie ai temi trattati e al periodo storico in cui è ambientata. A questo si aggiunge un fandom enorme, fatto di teorie e supposizioni: mettere tutti d’accordo con un finale giudicato degno all’unanimità è pura utopia.
Che la serie stesse perdendo colpi, almeno rispetto alle mie aspettative, lo avevo intuito già con l’uscita del volume due: tre episodi belli, ma statici, più orientati a confermare ciò che già sapevamo (a eccezione della teoria del wormhole) che a sorprendere con qualche rivelazione.
L’episodio finale non mi è piaciuto. Mi aspettavo altro. Detto questo, riconosco che la conclusione ha una sua logica ed è coerente con il percorso complessivo della serie.
Ma andiamo con ordine.
Viene messo in atto il piano per sconfiggere Vecna e distruggere la Dimensione X e il Sottosopra. È un piano suicida, pieno di incognite, ma i protagonisti – abituati a una fortuna quasi indecente – se ne fregano e vanno avanti.
Molti personaggi sono cambiati, li troviamo più maturi, e sono stati anche un po’ costretti dopo tutto ciò che hanno vissuto: perdite, rapimenti, battaglie contro mostri ed esercito.
Una delle problematiche principali della serie, però, è l’eccessiva enfasi emotiva su alcune situazioni.
Lo abbiamo visto con il coming out di Will: importante, sì, ma inserito in un momento clou e dilatato oltre misura, tra pianti e dolore che stonano con l’urgenza della situazione. Il mondo sta per essere distrutto, Undici e Otto hanno in mente un piano suicida, dodici bambini – tra cui la sorella di Mike – sono stati rapiti da Vecna. Eppure, il tempo sembra fermarsi.
Al contrario, il coming out di Robin con Steve è stato gestito in modo molto più leggero e naturale, risultando persino efficace.
Seguono poi i lunghi monologhi di Hopper e Joyce sulla difficoltà di essere genitori. Anche qui: grazie, lo avevamo capito. Undici viene trattata come l’unica arma possibile contro il male, mentre Will è mentalmente collegato al nemico… essere genitori (biologici o meno) in una situazione del genere, deve essere duro.
In questo capitolo assistiamo anche alla mother of all friendzone: Mike dice a Will «noi non siamo amici», Will si illumina, e Mike conclude con «siamo migliori amici». Boom. Friendzone. Nulla di nuovo, Mike ha sempre avuto chiari i suoi gusti, ma almeno ora è ufficiale.
Nancy, invece, completa la sua trasformazione in una sorta di Rambo: armata fino ai denti, mira infallibile, coraggio sovrumano. Il problema non è l’emancipazione (questa ci piace) ma l’eccesso. Il suo coraggio diventa quasi un’indole suicida che schiaccia tutto il resto.
Mi aspettavo anche risposte più approfondite su alcuni eventi rimasti in sospeso. Ricordate la figura umanoide che apre la porta con la forza del pensiero quando Will viene rapito? I Demogorgoni sfondano le porte, non le aprono. Chi era? Le domande sono tante, soprattutto su Henry, ma le risposte non arrivano. I buchi di trama sono evidenti.
E poi: che fine hanno fatto Vicky, Suzie, Argyle, la dottoressa Kay (alias arah Conor)? E Murray? Lo vediamo seduto sugli spalti il giorno del diploma, ma non sappiamo nulla su quello che è stato il suo “dopo”. Scopriamo persino che il dimenticato padre di Will è vivo e vegeto in un brevissimo frame, ma di loro nessuna traccia.
Deludente il trattamento di Kali, alias 008: personaggio fondamentale per comprendere gli obiettivi della dottoressa Kay, trattato male e lasciato morire in solitudine.
Inoltre, fa veramente sorridere come tutti gli altri personaggi escano miracolosamente indenni da una battaglia che avrebbe dovuto essere epica. Neanche un graffio e – madre santissima (cit.) – sono entrati in un’altra dimensione e hanno combattuto contro una sottospecie di Godzilla.
Vecna viene sconfitto nella prima ora. Lo scontro è semplice, quasi banale. Viene spontaneo chiedersi se il Mind Flayer fosse improvvisamente diventato fragile: colpito da proiettili e armi arrugginite, lento e impacciato. E i Demogorgoni? I Demopipistrelli? Che fine hanno fatto? Stavano festeggiando Capodanno?
L’ultima parte dell’episodio è dedicata al “dopo”: crescita, relazioni, evoluzione dei personaggi. La serie dà un lungo addio ai suoi protagonisti, cosa inusuale se ci pensiamo, ma necessaria, dato che Stranger Things è sempre stata una serie basata sulle relazioni e sui sentimenti. E quindi sì: anche se il finale delude, resta coerente.
Alla fine, credo che i Duffer Brothers siano stati bravissimi a creare hype; che il pubblico abbia esagerato nell’analizzare ogni minima cosa; e che Stranger Things abbia voluto dare voce a quei ragazzi che hanno sempre fatto parte del gruppo degli “sfigati”, trasformandoli in salvatori del mondo e raccontando gli anni ’80 a chi non li ha vissuti.
Ci è riuscita? Sì.