“Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire. “
I classici sono dei libri senza tempo, che hanno sempre qualcosa da raccontare, capaci di emozionare creando un filo che unisce le generazioni. Diventano intramontabili perché parlano di cose non passano mai di moda. Ed quello che accade con Uno, nessuno e Centomila, un libro scritto da Luigi Pirandello e pubblicato nel 1926, ma che in un’epoca dominata dai social network, con la crisi dell’io che racconta, dimostra essere di un’attualità incredibile.
Facciamo un piccolo spoiler per meglio capire le dinamiche nascoste dentro l’opera, e partiamo dal titolo:
Perché Uno, nessuno e centomila?
- Uno perché ogni persona crede di essere un individuo unico con caratteristiche particolari;
- Centomila perché l’uomo ha, dietro la maschera, tante personalità quante sono le persone che ci giudicano;
- Nessuno perché, paradossalmente, se l’uomo ha centomila personalità diverse, invero, è come se non ne possedesse nessuna, nel continuo cambiare non è capace di fermarsi nel suo vero “io”.
Il libro
Immagina di svegliarti una mattina e scoprire che tutte le tue certezze non esistono più. Non esiste più chi credevi di essere. La tua identità è svanita nel nulla. E tutto questo perché tu moglie ti ha fatto notare – placidamente- che il naso, che tu credevi perfetto, in realtà pende a destra.
– Che fai? – mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio.
– Niente, – le risposi, – mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino.
Mia moglie sorrise e disse:
– Credevo ti guardassi da che parte ti pende.
Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:
– Mi pende? A me? Il naso?
E mia moglie, placidamente:
– Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra.
Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme tutte le altre parti della mia persona. Per cui m’era stato facile ammettere e sostenere quel che di solito ammettono e sostengono tutti coloro che non hanno avuto la sciagura di sortire un corpo deforme: che cioè sia da sciocchi invanire per le proprie fattezze. La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto perciò mi stizzì come un immeritato castigo.
Sembra una follia, una stupidaggine di poco conto, ma questo naso storto porta il protagonista di Uno, nessuno e Centomila , tale Vitangelo Moscarda, a commettere delle azioni al quanto opinabili, che fra poco vedremo.
Piccolo Riassunto
Vitangelo Moscarda, chiamato dalla moglie: Gengè, è un uomo benestante che vive di rendita nel paese di Richieri. Una mattina sua moglie Dida gli fa notare che il suo naso pende verso destra, un’osservazione in sé innocua, ma che lo fa sprofondare in una profonda crisi esistenziale. Si accorge così che lui pensava di conoscersi e di sapere chi fosse, ma non è così: gli altri vedono in lui una moltitudine di difetti e di caratteristiche di cui non è a conoscenza. Lui non è “uno”, come credeva di essere, ma è “centomila”: ogni persona con cui entra in contatto lo vede in molto diverso. Il suo io è fratturato in un’infinità di maschere in cui non si riconosce.
In un primo tempo cerca di disfarsi delle immagini fittizie che gli altri hanno di lui. Considerato da tutti un usuraio, decide di infrangere platealmente questa maschera. Finge di sfrattare un poveraccio, Marco di Dio, quindi a sorpresa gli regala un’abitazione molto più bella. Ma il tentativo non ha l’effetto sperato: la folla, lungi dal ricredersi di avere una visione distorta della sua persona, lo considera matto.
La “follia” di Vitangelo- ovvero il suo sforzo di distruggere le maschere- continua: fa liquidare la banca paterna da cui ricavava il suo benessere, maltratta la moglie… Finché gli amministratori, Dida e il suocero non iniziano a complottare per rinchiuderlo in manicomio. Vitangelo è avvertito della macchinazione da Anna Rosa, un’amica della moglie. Vitangelo, riconoscente, prova quindi a renderla partecipe della sua scoperta esistenziale, ma la donna, spaventata, gli spara. Ora tutti sono convinti che Vitangelo abbia avuto una relazione illegittima con Anna Rosa, cosa non vera. Ma Vitangelo decide di sopportare questa maschera, non vera, come dopotutto non sono vere tutte le altre. Fa mostra di pentimento, come se fosse davvero colpevole, dona tutti i suoi averi e costruisce un ospizio per i poveri, dove lui stesso va a vivere.
Solo, povero, creduto pazzo da tutti, Vitangelo in qualche modo ne esce vincitore: ora non è più costretto a essere “qualcuno”, può essere “nessuno”, rifiutare ogni identità e rinnegare il suo stesso nome, abbandonarsi allo scorrere puro dell’essere e disgregarsi nella natura, vivendo attimo per attimo senza cristallizzarsi in nessuna maschera. Ora è nuvola, ora è vento, ora albero…
Considerazioni
Non facile da leggere, almeno per me, “Uno, nessuno e centomila” è un lungo monologo, dal carattere saggistico, in cui il protagonista sembra voler coinvolgere il lettore ponendogli delle domande e sottoponendogli problemi di vita sicuramente condivisibili.
Pirandello definisce la sua opera come “il romanzo più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita.” Ed è proprio quello che accade: Vitangelo scompone la sua vita in pezzetti, nel disperato tentativo di ritrovarsi, ma trova le immagini che gli altri hanno creato di lui e cerca di distruggerle tutte.
Ci sono delle fasi che Vitangelo attraversa:
Prima va alla disperata ricerca di se stesso, vuole cercare di capire chi sia realmente, vede se stesso come un estraneo, è come se si dissociasse dalla sua persona ed è ossessionato dall’idea che gli altri hanno di lui:
Non mi conoscevo affatto, non avevo per me alcuna realtà mia propria, ero in uno stato come di illusione continua, quasi fluido, malleabile; mi conoscevano gli altri, ciascuno a suo modo, secondo la realtà che m’avevano data; cioè vedevano in me ciascuno un Moscarda che non ero io, non essendo io propriamente nessuno per me; tanti Moscarda quanti essi erano, e tutti più reali di me che non avevo per me stesso, ripeto, nessuna realtà.
Arriva ad essere persino geloso di se stesso, di Gengè:
Gengè è il nomignolo con cui lo chiama la moglie, e secondo Vitangelo, è l’idea di lui di cui lei si è innamorata, quindi in realtà non è innamorata di lui, ma di quello che lei voleva che fosse; e lo capisce per un fatto banale: l’acconciatura dei capelli.
Capite? Era certa certissima che al suo Gengè piaceva meglio pettinata in quell’altro modo, e si pettinava in quell’altro modo che non piaceva né a lei né a me. Ma piaceva al suo Gengè; e lei si sacrificava. Vi par poco? Non sono veri e propri sacrifici, questi, per una donna?
Tanto lo amava!
E io – ora che tutto alla fine mi s’era chiarito – cominciai a divenire terribilmente geloso – non di me stesso, vi prego di credere: voi avete voglia di ridere! – non di me stesso, signo ri, ma di uno che non ero io, di un imbecille che s’era cacciato tra me e mia moglie; non come un’ombra vana, no, – vi prego di credere – perché egli anzi rendeva me ombra vana, me, me, appropriandosi del mio corpo per farsi amare da lei. Considerate bene. Non baciava forse mia moglie, su le mie labbra, uno che non ero io? Su le mie labbra? No! Che mie! In quanto erano mie, propriamente mie le labbra ch’ella baciava? Aveva ella forse tra le braccia il mio corpo? Ma in quanto realmente poteva essere mio, quel corpo, in quanto appartenere a me, se non ero io colui ch’ella abbracciava e amava?
Dopo la fase di smarrimento e consapevolezza, inizia quella di distruzione, Moscarda deve eliminare tutte le idee e le maschere che hanno di lui: Finge di sfrattare un poveraccio, Marco di Dio, quindi a sorpresa gli regala un’abitazione molto più bella. Tutto questo perché non vuole più l’etichetta di usuraio, ma così facendo si becca quella di matto. Nel suo delirio, quasi di onnipotenza, ci regala una bellissima perla, volta a mettere in evidenza come le cose cambino in base agli occhi di chi le guarda:
A voi che abitate una catapecchia, questa casa sembra un bel palazzo, a voi che avete un certo gusto artistico, sembra una volgarissima casa; voi che passate malvolentieri per la via dov’essa sorge perché vi ricorda un triste episodio della vostra vita, la guardate in cagnesco; voi, invece, con occhio affettuoso perché – lo so – qua dirimpetto abitava la vostra povera mamma che fu buona amica della mia.
Più si va avanti nella storia e più si ha la sensazione di avere a che fare con una persona affetta da una specie di disturbo dissociativo della personalità al contrario, un po’ come succedeva nel libro Lizzie, scritto da Shirley Jackson, solo che Vitangelo immagina tutte le persone composte da più persone:
il Moscarda dell’uno non è il Moscarda dell’altro; credendo di parlare d’un Moscarda solo, che è proprio uno, sì, quello che vi sta davanti così e cosi, come voi lo vedete, come voi lo toccate; mentre parlate di cinque Moscarda; perché anche gli altri quattro ne hanno uno davanti. Uno per ciascuno, che è quello solo, così e così, come ciascuno lo vede e lo tocca. Cinque; e sei, se il povero Moscarda si vede e si tocca uno anche per sé; uno e nessuno, ahimè, come egli si vede e si tocca, se gli altri cinque lo vedono e lo toccano altrimenti.
Il protagonista va in crisi profonda, sconvolto dalla follia perché ossessionato dall’idea che gli altri possano non vedere la sua vera personalità e che nemmeno lui possa mai arrivare a conoscere veramente. Turbato da tutto questo, rifiuta la sua identità annullandola completamente e giungendo a una soluzione definitiva: trascorrere il resto della vita in solitudine, chiudendosi in un “ospizio di mendicità” edificato da lui stesso con il denaro ottenuto dalla liquidazione della banca, e offerto in beneficenza a tutti i poveri e agli sperduti come lui, dove finalmente può diventare il signor “nessuno”.
Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che beve. Tutto fuori, vagabondo.
Ed è così che ci avviciniamo al concetto di follia -toccato più volte nella storia- caro a Pirandello. Secondo lui infatti, solo il folle (che comunque è una figura sofferente ed emarginata) riesce talvolta a liberarsi della maschera e vivere un’esistenza autentica e vera, che resta impossibile agli altri in quanto non è fattibile denudare la maschera o le maschere, la propria identità.
Considerazioni finali
“L’io” di ciascuno è talvolta messo a dura prova e scombussolato da un fatto talvolta banale, come accade al protagonista che si ritroverà con l’”io” frantumato nei suoi “centomila” alter ego, per un’osservazione innocua. Siamo di fronte un tema che richiede un’attenta riflessione sulla visione che ognuno ha di se stesso e l’idea che invece hanno gli altri, che non è qualcosa di fisso ma in costante cambiamento, che muta in base a quello che vogliono vedere in noi.
Un mutamento che ricorda il concetto di Eraclito “Panta rei”: tutto scorre, tutto è un continuo cambiamento e l’acqua del fiume dove io mi immergo non è la stessa di un istante prima. Così le persone, cambiano e mutano istante dopo istante.
«Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va.»
L’uomo è in balia di questo flusso dominato dal caso, ma a differenza degli altri esseri viventi tenta, inutilmente, di opporsi costruendo forme fisse, nelle quali potersi riconoscere, ma che finiscono con il legarlo a “maschere” alle quali è costretto a identificarsi per dare un senso alla propria esistenza.
Se l’essenza della vita è il flusso continuo, il perenne divenire, fissare il flusso equivale a non vivere, poiché è impossibile fissare la vita in un unico punto.
Luigi Pirandello, in questo romanzo, ci dà una grande lezione di vita, ci fa capire che nella vita niente resta immutato, tutto è in movimento, tutto cambia, quindi anche le opinioni degli altri e l’uomo non ha nessun potere di modificarle.
L’immagine di noi viene “disegnata” da chi osserva il nostro comportamento e la nostra vita, dalle persone che vivono accanto a noi, dagli amici. A chi non è capitato di sentirsi incompreso almeno una volta nella vita? Quante volte avremmo voluto dare un’immagine di noi più rispondente alla realtà, ma non ci siamo riusciti per timidezza o per un qualsiasi disagio interiore?
Comincia da qui il dramma di Vitangelo, da una semplice frase pronunciata dalla moglie “placidamente”, dice lo stesso Pirandello, la quale non si rende conto del modo in cui la stessa è percepita dal marito. Lo devasta e da lì comincia a comprendere che ognuno ha una visione soggettiva di ciò che ogni singolo individuo rappresenta, in base a supposizioni; perciò un uomo non è “uno” agli occhi degli altri uomini, ma è “centomila” diverse personalità.
Pensiamo alla contemporaneità della storia, pensiamo ai social: quante maschere ci permettono di indossare ogni giorno? Possiamo essere chi vogliamo, possiamo essere tristi, felici, arrabbiati … e non provare niente di tutto ciò. Possiamo essere esperti di qualunque cosa, far finta di essere partiti per un luogo, quando magari siamo a casa. E tantissimo altro che non sto qui ad elencare.
Ognuno si farà una sua idea, in base agli input che lanciamo, e creerà una maschera su di noi.
Ma tutto questo, per chi ha questo genere di approccio, mette in evidenza solo una cosa: la solitudine dell’individuo, che cerca di essere qualsiasi cosa, rischiando di perdere se stesso, nel frenetico tentativo di indossare una maschera dai mille volti.
L’esistenza dell’essere umano quindi “sbiadisce” fino quasi a scomparire non essendo valutato per quello che è o che pensa di essere. Ed ecco che le “centomila” immagini di noi che hanno gli altri, riescono a ridurre in “pezzi” l’essenza umana e si precipita diventando “nessuno”.