The Sandman – Stagione 2: Recensione senza spoiler | Mitologia, introspezione e un dio emo

Cosa succede quando un dio dei sogni è costretto ad affrontare la realtà dei propri errori? The Sandman prova a rispondere con eleganza, profondità e un tocco di malinconia gotica.

The Sandman è una serie televisiva prodotta da Netflix, basata sull’omonima e acclamata saga a fumetti scritta da Neil Gaiman per la DC Comics (sotto l’etichetta Vertigo). La prima stagione, uscita nell’agosto 2022, ha riscosso un notevole successo, tanto da garantire un seguito nonostante i lunghi tempi di produzione.

Sviluppata dallo stesso Gaiman insieme a David S. Goyer e Allan Heinberg, la serie mescola fantasy, horror, filosofia e mitologia in un racconto stratificato e oscuro, centrato sugli Eterni — entità antropomorfe che incarnano concetti fondamentali come Sogno, Morte, Desiderio e via dicendo.

The Sandman è, senza dubbio, una delle migliori serie TV che ho visto negli ultimi tempi. Ok, lo ammetto: è facile vincere con me quando si toccano i temi che adoro, soprattutto se lo si fa con precisione, sensibilità e un’attenzione quasi maniacale ai dettagli.

Dopo aver riportato equilibrio nel Regno dei Sogni nella prima stagione, Morfeo si trova ora ad affrontare le conseguenze delle proprie azioni passate. La seconda stagione si apre con un incontro tra gli Eterni e una profezia che potrebbe cambiare tutto. Sogno intraprende un viaggio complesso e doloroso per rimediare agli errori del passato, ritrovando vecchi legami familiari, confrontandosi con antichi nemici e affrontando nuove minacce.

Tra miti nordici, creature infernali e divinità della vendetta, la stagione esplora i temi del cambiamento, del perdono e del sacrificio. Un percorso di crescita personale che si intreccia con eventi cosmici, dove nulla è lasciato al caso e tutto ha un prezzo.

Morfeo, detto anche Sogno degli Eterni, è l’antieroe per eccellenza. Sembra uscito dal clou di un’adolescenza emo: taciturno, malinconico, vestito sempre di nero, pelle color latte e capelli da rockstar decadente — un incrocio tra Lauri Ylönen dei The Rasmus e Robert Smith dei The Cure.

È un dio dai tratti sfaccettati: orgoglioso, doveroso, rancoroso, ma anche testardo, capriccioso, riflessivo e — sotto sotto — molto più sentimentale di quanto voglia ammettere. Fa fatica ad accettare i propri errori, è incapace di lasciar andare il passato, e la sua ostinazione lo porta spesso a rimanere prigioniero di sé stesso. Eppure, è pienamente cosciente delle proprie responsabilità — verso gli altri e verso il proprio regno. Questo lo rende un sovrano affidabile e imparziale, ma anche terribilmente solo.

Attorno a lui ruota la sua complicatissima famiglia:

  • Destino: un tipo “pesantone”, sempre con il suo libro sotto il braccio in cui tutto è già scritto;
  • Morte: lucida, compassionevole, forse la più amata del gruppo;
  • Delirio: vagamente ispirata a Harley Quinn (dai, un po’ di inventiva non guasterebbe);
  • Disperazione: un personaggio un po’ di contorno, giusto per riempire il quadretto familiare;
  • Distruzione: la pecora nera della famiglia (e il mio preferito);
  • Desiderio: ambiguo, affascinante, letale.

No, non è uno spin-off di Inside Out. Funziona proprio così.

Questa seconda stagione ha toni molto più intimi e riflessivi rispetto alla prima. Serve a Morfeo per sistemare i “danni” accumulati nei secoli. Non è un dio perfetto: è profondamente umano. E questa sua imperfezione lo rende tragico, sì, ma anche estremamente affascinante.

La parola chiave di questa stagione è proprio cambiamento — ed è esattamente ciò che Morfeo non riesce ad accettare. Ironico, no? Proprio lui, che governa il regno dei sogni, dove tutto è mutevole. La sua resistenza all’evoluzione diventa una condanna. Lo si percepisce chiaramente anche nel legame con Morte, sorella maggiore e figura di equilibrio: il loro rapporto è uno dei più riusciti a livello emotivo.

Tra i tanti antagonisti che attraversano la stagione, un plauso (di odio) va alle Furie. Odiosissime. Così odiose che le avrei volentieri prese a calci nel sedere (e lo dico con affetto, eh).

Una chicca che ho adorato? Il mix con la mitologia nordica. Thor e Loki sono rappresentati secondo la tradizione originaria:

Thor, ad esempio, non è l’eroe figo della Marvel ma un rissoso cafone da osteria, potente e ridicolo allo stesso tempo. Il tono è volutamente dissacrante, e funziona. Qui, Thor è esattamente come dovrebbe essere: rumoroso, rissoso, eccessivo. La resa è perfetta, anche perché The Sandman nasce dalla penna di Neil Gaiman, autore anche del libro I miti del Nord (e si sente!).

A livello visivo, la serie è un gioiello. Ogni regno — da quello dei Sogni agli Inferi — ha una propria estetica precisa. Ho adorato la scena in cui Orfeo si ritrova davanti ad Ade e Persefone. Anche se, lo confesso, immaginavo un Ade più “alla Disney”: tenebroso, sarcastico, con la chioma di fuoco blu. E invece no. Ma ci sta.

Il finale mi ha devastata. Ho sperato fino all’ultimo che le cose potessero andare diversamente. Il colpo di scena arriva, ed è tanto coerente quanto crudele. Ti spezza. E sì, la lacrimuccia è scesa.

La serie è lenta, certo. Ma è una lentezza voluta, necessaria. Non è binge-watching da distrazione, è roba da gustare. Serve attenzione, pazienza e voglia di perdersi nei dettagli. I personaggi sono tanti, le storie si intrecciano, i dialoghi sono spesso densi di simbolismi. Ma ne vale assolutamente la pena.

LATI NEGATIVI

  1. Quando una serie nasce su Netflix, sappiamo già che — da qualche parte — ci sarà uno stravolgimento delle storie originali per adattarle al galoppante (e a volte estremo) politically correct. Il gender fluid scorre libero, e ben venga. Ma lo fa anche quando non ce ne sarebbe davvero bisogno: sembra quasi vietato mostrare un personaggio semplicemente etero. Minimo, deve avere sei o sette preferenze diverse. Ma vabbè, passiamoci sopra…
  2. Lucifero. Dopo una prima stagione in cui Gwendoline Christie ci aveva regalato un personaggio magnetico e glaciale, nella seconda viene liquidata in modo del tutto sottotono.
    E poi:
  • Che fine fanno i suoi demoni?
  • Che fine fa l’Inferno?

Troppe domande rimaste aperte. Forse è una scelta narrativa consapevole… forse no. Di certo, lascia il lettore con più dubbi che risposte.

Ci sarà una terza stagione? Non si sa niente di certo, ma le basi ci sono tutte. Speriamo bene!

CONCLUSIONE

The Sandman non è per tutti. È una serie profonda, lenta, ricca di simbolismi e riferimenti letterari e mitologici. Ma se ci si lascia trasportare, regala momenti di vera bellezza visiva, dialoghi intensi e personaggi indimenticabili.

Una riflessione sull’identità, sul destino, sulla trasformazione — e su quanto, a volte, perfino gli dei possano rimanere prigionieri delle loro paure.

Se vi piacciono le storie gotiche, i miti, l’introspezione e la malinconia ben vestita… questa serie vi colpirà al cuore. E forse ve lo strapperà pure un po’.

Un commento

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