Cime tempestose (2026) – Il silenzio della brughiera

Non avevo aspettative alte per l’ultimo adattamento cinematografico di Cime tempestose (per la regia di Emerald Fennell), ma non pensavo di trovarmi davanti a una tale devastazione. Il trailer non mi aveva mai convinta, ma non immaginavo un livello simile di svuotamento.

Non pretendevo una trasposizione letterale: alcune libertà narrative sono necessarie, altrimenti il cinema rischia di diventare illustrativo e tedioso. Ma qui si va oltre. Il problema non è la fedeltà alla storia originale — che di fatto non c’è — bensì la qualità stessa del film. La regista lo aveva preannunciato alla première di Cime tempestose a Los Angeles:

Chiunque ami questo libro ha un legame così personale con esso, e quindi puoi solo in un certo senso realizzare il film che hai immaginato quando l’hai letto.

E ancora, in un’intervista a Variety:
È un capolavoro così gigantesco che non potrei nemmeno tentare di toccarne i lembi. Quello che potevo fare, però, era guardare come mi faceva sentire e sperare che questo potesse toccare qualcuno. È tutto ciò che si può fare, perché Emily Brontë è la migliore, quindi spero di realizzare il film preferito di qualcuno.

E allora la domanda è inevitabile: che senso ha chiamare un film Cime tempestose quando non lo è? Non sarebbe stato meglio dargli un altro titolo, senza scomodare un classico per poi devastarlo? Mi dispiace per Emily Brontë: si starà girando nella tomba, perché la storia tradisce completamente lo spirito del suo romanzo.

I personaggi, con Margot Robbie e Jacob Elordi nei panni degli iconici Cathy e Heathcliff, sono deboli, superficiali. I due innamorati non hanno quella carica primordiale, quasi animalesca, che nel libro nasce dall’infanzia condivisa e cresce nel rancore, nella frustrazione sociale, nella distruzione reciproca. Nel film di Emerald Fennell il loro legame si riduce a una passione fisica, quasi estetizzata. Non è un amore devastante: è attrazione. E questo cambia tutto.

L’ossessione di Cathy — l’identificazione totale con l’uomo che ama, “io sono Heathcliff” — è appena accennata. La rabbia di lui, che nel romanzo si trasforma in vendetta lucida e distruttiva, qui diventa semplice strafottenza durante una cena a casa Linton e un matrimonio frettoloso con Isabella, rappresentata come infantile, quasi disturbata, ossessionata dal sesso.

La brughiera — nel romanzo un personaggio a tutti gli effetti — quasi scompare. Senza quel paesaggio spoglio e ventoso che riflette l’animo dei protagonisti, la storia perde radice. Anche l’erica, simbolo di resilienza accostato a Cathy, non è pervenuta. Così la vicenda si riduce a un melodramma “romantico” qualsiasi.

Poi c’è l’opulenza. Abiti sontuosi, scenografie eleganti, estetica patinata. Bellissima, sì, ma fuori luogo. Margot Robbie sfoggia un abito pomposo dopo l’altro, gioielli preziosi, capelli sempre perfetti: sembra di essere alla corte della regina Carlotta in Bridgerton. Solo che qui non si balla. Cathy è sempre agghindata ma sola, in stanze immense e finemente arredate.

Una bambola in un castello, immagine resa esplicita dalla casa delle bambole di Isabella. Questo sfarzo appare come rivalsa sulla povertà delle origini e, a tratti, come simbolo del suo umore: gli abiti cambiano con le emozioni. Ma forse la regista ha dimenticato di essere in Cime tempestose e non in Barbie. È tutto eccessivo, incoerente con il contesto storico e soprattutto con la miseria emotiva che attraversa il romanzo.

A tratti sembra una versione in costume di Cinquanta sfumature di grigio: più erotizzazione che tormento. Tra arredi surreali (come il caminetto con le mani) e tessuti dall’effetto “plasticoso”, viene persino il dubbio che non esista un’epoca precisa. Il rosso domina costumi e ambienti, forse per suggerire una passione che però non si avverte davvero.

La regista ha preferito sacrificare la crudezza della storia alla bellezza degli abiti e della fotografia. Ogni tanto inserisce un elemento che dovrebbe risultare duro — come la scena della macellazione del maiale, con Cathy che cammina nel sangue macchiandosi l’abito — ma la durezza non doveva stare nelle immagini. Doveva stare nei sentimenti.

Dove sono i fantasmi che urlano nella notte? Dov’è il vento? Dov’è la vendetta lucida di Heathcliff?

Alcune ambientazioni iniziali ricordano l’estetica dei film di Tim Burton, con un’atmosfera fiabesca che emerge, ad esempio, nella scena dell’altalena.

Molti personaggi mancano; altri sono riscritti in chiave grottesca. E Heathcliff? Più che un uomo divorato dall’ossessione, sembra un cagnolino al seguito di Cathy. Altro che amore.

E, per favore, evitiamo di romanticizzare ciò che è tossico: la loro è una storia di dipendenza emotiva, ossessione e vendetta.

In conclusione: Cime tempestose è uno dei miei libri preferiti e, da fan, per me questo film — pur consapevole che si ispiri solo lontanamente al titolo — è orribile. Non solo perché tradisce il romanzo, ma perché si ferma alla prima parte del racconto, eliminando l’intera vendetta di Heathcliff dopo la morte di Cathy, quella che lo rende davvero potente e disturbante.

Ma anche se non avessi mai letto il libro, e il film non si chiamasse Cime tempestose, il mio giudizio resterebbe invariato. Preso da solo, è un film che non costruisce tensione, non sviluppa i conflitti e non conduce i personaggi a conseguenze reali. Le scene si susseguono, ma non generano un vero crescendo emotivo. L’estetica domina; il conflitto resta superficiale.

Cosa rimane? Abiti bellissimi, ambientazioni curate, corpi attraenti, sesso ripetuto. Ma una storia dovrebbe lasciare un segno, non solo un’immagine.

Il problema non è l’infedeltà al libro: è l’assenza di peso. Sostituisce la complessità con l’estetica e l’ossessione con l’erotizzazione, ma non costruisce né personaggi né tragedia.

E allora la domanda resta: perché usare il nome di un classico per svuotarlo? Se vuoi raccontare una storia di passione tossica, fallo. Ma non chiamarla Cime tempestose. Perché chi conosce il romanzo sa che non è questo. E chi non lo conosce, comunque, non si porta a casa nulla.

La brughiera, nel romanzo, urlava, respirava, tormentava. Qui resta solo il silenzio. E non è un silenzio tragico: è un silenzio vuoto. I classici non hanno bisogno di essere modernizzati, ma di essere compresi. Quando manca la comprensione, resta soltanto la superficie.

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