Material Love: tanto lusso, zero emozioni

Volevo un film leggero, qualcosa che mi facesse ridere senza troppe pretese. Nel catalogo è spuntato Material Love, del 2025, e ho pensato: “Perché no?”. Mai errore fu più grande.

La protagonista, Lucy (interpretata da Dakota Johnson), lavora in quella che negli anni ’80 avremmo chiamato “agenzia matrimoniale”. Oggi è una boutique per cuori d’élite, dove gente ricchissima e piena di capricci arriva con la lista della spesa: istruzione, status, non fumatrice, possibilmente con interni in pelle e carrozzeria lucida. Più che cercare un partner, sembra stiano scegliendo un’auto. E l’amore? Una piccola sciocchezza che tutti sembrano aver dimenticato.

Lucy è una macchina da guerra: bella, sicura di sé, perfettamente a suo agio nel suo ruolo. Ma siccome questi film vivono di scossoni, il dramma bussa alla porta sotto forma di triangolo amoroso.

Da una parte c’è Harry Castillo, cioè un Pedro Pascal sprecato: il fratello dello sposo a un matrimonio di gala. Bello, single, ricchissimo. Un unicorno confezionato apposta per far scattare la scintilla.
Dall’altra spunta l’ex storico, John (interpretato da Chris Evans): 37 anni, cameriere saltuario alla stessa festa, vuole diventare un attore, vive in un appartamento fatiscente che condivide con altri ragazzi e guida un rottame.

Il problema è che dopo i primi cinque minuti hai già capito dove andrà a parare la storia. Non c’è guizzo, non c’è tensione. È tutto spaventosamente banale, con i soliti cliché piazzati ordinatamente lungo il percorso.

Eravamo partiti per ridere, ma le risate non arrivano. Il film si trasforma in una noia senza sentimento. Lucy si muove come un automa: guarda le persone come se avessero scritto in fronte il reddito annuo. Parla di accoppiamenti perfetti come se stesse facendo un incastro tra schede tecniche, non tra esseri umani. Harry, l’uomo perfetto che dovrebbe farci sognare, discute della loro relazione (ovviamente Lucy cede al suo fascino) con l’entusiasmo di chi sta leggendo un contratto di locazione e, di base, non fa nulla di eccezionale, se non bruciare le tappe.

Il momento più assurdo? Dopo una notte di passione, la prima domanda che Lucy rivolge al “Pedro dei nostri cuori” è: “Ma quanto costa il tuo appartamento?”. E lui, invece di accompagnarla alla porta, le consegna le chiavi di casa. È tutto piatto, freddo, finto.

L’ uomo-unicorno, quello perfetto, che dovrebbe fare di tutto per la sua bella, che addirittura aveva preso un anello per chiederle di sposarla in Islanda – ahimè-  viene mollato su due piedi.

E lì ti viene pure il dubbio: non è che tutto questo slancio da principe azzurro impeccabile fosse un pelo too much? Non è che dietro l’unicorno si nascondesse in realtà un ronzino spelacchiato travestito bene?

Il resto credo si possa immaginare abbastanza facilmente, quindi è quasi inutile stare lì a raccontarlo per filo e per segno.

Il punto è che il film non mi è piaciuto per niente. L’ho trovato lento, noioso, privo di emozione, e questa cosa pesa tantissimo perché stai guardando una storia che dovrebbe vivere proprio di emozioni, di chimica, di tensione sentimentale.

Ma c’è una nota molto più seria che mi ha infastidita: la gestione della violenza sessuale. Una cliente di Lucy subisce una violenza durante un incontro organizzato, ma il film la tratta come una parentesi superficiale, una “brutta cosa che capita” nel mondo del dating, di cui l’agenzia non ha responsabilità. Tecnicamente è vero, ma se tocchi certi temi devi farlo con spessore, non come una casella da spuntare per riempire un vuoto narrativo.

Guardando questo film non ho potuto non pensare a Prima o poi mi sposo, il film del 2001 con Jennifer Lopez, perché Material Love mi è sembrato quasi la sua versione venuta male.

Anche lì c’era una donna che lavorava organizzando l’amore altrui e che poi finiva incasinata nella propria vita sentimentale. Quindi la struttura di base non è nemmeno nuova. Il problema è che in Prima o poi mi sposo c’era almeno quel calore da commedia romantica classica: un po’ di brio, un po’ di leggerezza, un po’ di sentimento, e soprattutto la sensazione che sotto tutto il meccanismo narrativo ci fosse ancora qualcosa di vivo.

Qui invece sembra di guardare lo scheletro di quel tipo di film, ma senza carne addosso. C’è il triangolo, c’è il contrasto tra uomo perfetto e uomo imperfetto, c’è il conflitto tra testa e cuore, ma è come se mancasse sempre la parte essenziale: il coinvolgimento.

Non è il tema il problema. È l’esecuzione che non funziona. Perché una storia del genere, se scritta bene, può ancora dire qualcosa.

Quindi, in conclusione, cosa resta?

Che Material Love per me è stato un film deludente, uno di quelli che invece di valorizzare il cast riescono quasi a sabotarlo. È un film privo di vera anima, di vero romanticismo e, in certi momenti, anche di buon gusto.

Però una cosa a suo favore gliela concedo.

Non so nemmeno se sia stata una scelta voluta oppure no, ma proprio questa sua totale mancanza di emozione mi ha spinto a riflettere. Perché in fondo il film racconta, forse anche involontariamente, uno spaccato abbastanza fedele della società di oggi.

Oggi non si va più nelle agenzie matrimoniali, forse, ma si scaricano le app di dating e si fa la stessa cosa: si scelgono le persone in base a un elenco di caratteristiche, senza sapere nemmeno se quello che leggiamo sia vero.

Si cercano skill, requisiti, dettagli compatibili, come se bastassero a costruire qualcosa. E intanto si spegne sempre di più quella voglia di conoscersi davvero, di vedere se c’è chimica, se c’è curiosità, se c’è quel qualcosa che non puoi mettere in una bio.

Parli 14 lingue? Sei single? Ti piace cucinare il sushi? Bene. Ma poi?

Stiamo diventando un elenco di qualità da scorrere con il dito. Se non combaci con quello che cerchiamo, swipe e avanti il prossimo. E nel frattempo ci dimentichiamo che la perfezione, nelle persone, non esiste.

Perché sì, magari questa persona ha tutte le caratteristiche giuste, ma se non ti scatta nulla? Se non c’è chimica? Che fai, te la prendi lo stesso perché sulla carta va bene? E forse il dubbio vero del film sta proprio lì.

Riesce a rispondere? Forse sì. Però nel frattempo inciampa in così tante altre cose che il risultato resta parecchio zoppicante.

Quindi sì, Material Love è un film privo di emozioni. Però, a pensarci bene, anche la vita reale non è che stia facendo questo gran figurone.

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