Accabadora – Michela Murgia [Recensione]

Oggi vi parlo del famoso libro scritto da Michela Murgia: Accabadora.
Buona Lettura!
🙂 

Titolo: Accabadora
Autrice: Michela Murgia
Casa Editrice: Einaudi; 2 edizione (26 maggio 2009)
Numero pagine: 164
Prezzo Copertina: 18 €
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“Non metterti a dare nomi alle cose che non conosci, Maria Listru. Farai tante scelte nella vita che non ti piacerà fare, e le farai anche tu perché vanno fatte, come tutti.”

Accabadora è una storia di cultura e tradizione, che racconta alcune usanze e superstizioni della Sardegna. Viene romanzato il mito dell’accabadora, ovvero una donna che provocava la morte a persone – di qualunque età- nel caso in cui queste fossero in condizioni di malattia tali da portare i familiari o la stessa vittima a richiederla. L’esistenza di questa figura non è mai stata comprovata, non esistono infatti testimonianze e prove di questa pratica.

La storia racconta le vicende di Maria e Tzia Bonaria, di seguito la trama:

Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come “l’ultima”. Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. “Tutt’a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fili’e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia”. Eppure c’è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c’è un’aura misteriosa che l’accompagna, insieme a quell’ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell’accabadora, l’ultima madre.

La storia viaggia sulla scia de “L’arminuta“, raccontando di donne protagoniste di tradizioni che difficilmente oggi riusciamo a concepire, ma che erano prassi in tempi non così tanto lontani. Si parla, infatti, dei fili’e anima , cioè figli non nati all’interno di una famiglia, ma che venivano accolti e amati come tali. Non era un’adozione o un affidamento temporaneo. Era un’accoglienza perpetua che però non faceva perdere al bambino o alla bambina le radici con la propria famiglia e che non sostituiva i genitori veri con quelli che l’accoglievano.

Si parla anche  di donne emancipate: l’accabadora è una stimata sarta, che vive del proprio lavoro, senza il bisogno di un uomo. Maria, invece, sceglie di studiare, anche se viene schernita dai suoi familiari per questo, e decide di percorrere la sua strada da sola, non cedendo alle prime lusinghe di un uomo e fregandosene delle malelingue.

Il libro è scritto molto bene e si legge con piacere, anche se l’epilogo un po’ mi ha delusa, essendo una conclusione non degna della protagonista. Ho avuto l’impressione che le vicende verso la fine non avessero quasi un senso, non è ben chiaro come si sviluppano e il perché. Si è sempre fatto un gran parlare di questo libro, ma non mi sento di definirlo come un capolavoro della letteratura. Trovo che sia stato un po’ sopravvalutato, è senza ombra di dubbio una bella lettura, ma non è priva di difetti.

Consiglio il libro?

Sì, in quanto è ricco di salti nelle usanze, nelle superstizioni e nelle cucine (!) della Sardegna, terra antica e affascinante. Sono presenti tanti spunti di riflessioni e si legge con piacere.

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