Quando il mostro smette di mordere e insegue l’amore: un Dracula malinconico, sensuale, profondamente umano.
Sono andata al cinema a vedere Dracula – L’amore perduto, diretto da Luc Besson. Ero molto curiosa e, alla fine, è stato un film un po’ strano ma bello. Mi aspettavo un horror, e invece mi sono trovata davanti un dark romance gotico. Abbiamo i vampiri, il sangue, qualche scena forte e rinnegamenti religiosi… ma l’essenza è un’altra.

La storia (senza spoiler)
Besson riparte dalle origini: Vlad perde Elisabeta, rinnega Dio e diventa ciò che conosciamo. Secoli dopo intravede una donna che somiglia all’amore perduto e si rimette in moto. Qui non c’è il classico Van Helsing: al suo posto c’è un prete di un ordine che vuole fermarlo (Christoph Waltz) e un dottore di manicomio (Dumont) che lo affianca.
Ho trovato tantissimi rimandi a Il profumo: le ambientazioni dove si svolgono alcune scene, le donne che impazziscono quando sentono una determinata fragranza, tanto da diventare delle marionette in mano a chi la indossa, sembrano proprio un omaggio al romanzo di Süskind. Arrivata a un certo punto mi sono chiesta: “Non sarà che questo conte, in una delle sue vite, fosse Jean-Baptiste Grenouille?” (Ovviamente no: qui il conte ha stile, classe e portamento). Ma quel senso ossessivo di ricercare un’essenza che irretisce le menti e funziona… è lì.
La mia mente è andata anche a L’avvocato del diavolo, al famoso monologo di John Milton: in alcune esternazioni riguardanti il libero arbitrio ci ho visto un leggero richiamo (forse sono io che vedo rimandi ovunque, ma tant’è).
Infine, è impossibile parlare di questo film senza ricordare il Dracula di Bram Stoker di Francis Ford Coppola, il paragone è spontaneo: i costumi, certi momenti visivi lo richiamano. Ma sono due film diversi per intenti e tono. E se vogliamo fare la gara, Coppola vince—ma Besson sceglie volutamente un’altra strada, più melodrammatica.

Detto questo: a tratti la pellicola di Besson tenta un tono audace ma inciampa. Un chiaro esempio è la presenza dei gargoyle che, da un punto di vista visivo, sono fatti proprio male, sembrano delle caricature. Da un punto di vista narrativo, invece, sono ridicoli: li vedi servire vassoi di cibo in una scena che vorrebbe essere inquietante, ma rischia di strizzare l’occhio al cartoon La Bella e la Bestia—lì però la servitù era composta dal mobilio. Non puoi chiamare Dracula e poi farlo sembrare un film d’animazione dark-chic; la coerenza visiva diventa un tallone d’Achille.
La storia in sé rimane quella che conosciamo — il vampiro, l’amore perduto, l’immortalità — ma con un elemento nuovo: non c’è il classico “cacciatore di vampiri” determinato a sterminare la creatura. C’è un prete, appartenente a un ordine, che ha il compito di scoprire chi è l’origine dei vampiri e farlo redimere. Il prete è interpretato da Christoph Waltz, attore che adoro. Il suo personaggio è divertente, dissacrante, ma (mi spiace dirlo) avrebbe potuto dare di più. Al suo fianco, in un manicomio che funge da fulcro narrativo, lavora un dottore anch’egli coinvolto nella missione.
Qualche dettaglio mette in risalto alcune incoerenze: i vampiri possono camminare alla luce del sole se l’ombra li protegge (ombrello alla mano e voilà); si dice che Dracula non possa entrare in chiesa o in luoghi sacri — e tuttavia una delle scene più forti si svolge proprio dentro un convento/chiesa. Piccole distrazioni rispetto alle “regole” canoniche del mito… o tentativi goffi di riscrivere le regole vampiresche.
Eppure l’idea centrale — l’amore — regge. Dracula cerca ossessivamente la reincarnazione di Elisabeta, sua moglie, e non è più uno spietato tiranno immortale: è un uomo dannato, romantico, che cerca disperatamente la sua amata, in un viaggio che attraversa secoli. Il mostro diventa uomo, vive solo per ritrovare Elisabeta, è un amante eterno. Lo vediamo invecchiato, stanco, quasi svuotato: non si nutre più di sangue umano. È tragico, malinconico — e cambia tutto rispetto al “vampiro satanico” che siamo abituati a vedere. Io, a un certo punto, ho iniziato a tifare per lui.
Tutto questo regge perché Caleb Landry Jones è magnetico, e la sua è un’interpretazione splendida.
L’estetica è un altro punto forte: costumi raffinati, fotografia ricca di contrasti e simbolismi. La colonna sonora firmata da Danny Elfman porta il film verso lidi lirici e cupi senza perdere l’attenzione visiva.
In conclusione: è un film bello, da capire e da lasciare sedimentare. Non divorerà la tua notte con paure, ma ti lascerà con un senso di struggimento. Perché, diciamocelo: in un mondo pieno di malesseri, vedere un uomo che ama la sua bella e la cerca per quattrocento anni… riscalda il cuore.

Buongiorno e grazie per la recensione. Non ho visto il film, ma penso che Bessona poteva fare un film carino anche senza scomodare Dracula. 😉
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